I comportamenti devianti, gli acting-out degli adolescenti adottati sono la causa o la dimostrazione dei fallimenti adottivi?
Nel capitolo “La famiglia adottiva sul banco di prova dell’adolescenza” di Roberta Lombardi emerge forte questa domanda che ribalta totalmente il punto di vista a cui siamo abituati ad affidarci.
Un pregiudizio che spesso non ci permette di andare oltre la problematicità del figlio adolescente. O meglio ancora al problematizzare il ragazzo identificandolo non solo come il portatore del problema ma come il problema stesso. Vedendo l’adolescenza come un momento evolutivo inevitabilmente e intrinsecamente critico.
Spesso ci possiamo trovare di fronte a famiglie che affrontano una crisi adottiva in adolescenza cercando disperatamente spiegazioni mediche, psicologiche o psichiatriche che possano dare un senso a quello che sta succedendo. Con l’unico risultato di delegare a terzi la “cura” che gli possa restituire loro figlio aggiustato, come era prima.


Il contributo della professoressa Lombardi si appoggia su una ricerca statistica che cerca di analizzare i fallimenti adottivi. Da una analisi qualitativa delle storie in essa contenute emerge che la crisi adottiva in adolescenza in realtà è spesso solo la manifestazione di difficoltà che erano già presenti all’interno della famiglia.
Diviene necessario spostare l’osservazione dall’individuo alla relazione, assumendo il punto di vista dell’epistemologia sistemica.

Il nostro intervento dovrebbe andare nella direzione del “Curare l’Adozione” utilizzando una espressione a me cara che nella sua semplicità esprime in maniera inequivocabile di cosa dovremmo occuparci quando affrontiamo una crisi:  sostenere una famiglia, forse poco preparata, spesso poco accompagnata, ad accogliere e contenere il carico esplosivo di una crisi che si manifesta durante l’adolescenza. Questa fase evolutiva passa attraverso la naturale spinta all’individuazione dalla famiglia e in una adozione difficile rischia di essere mortifera in quanto vede una fuga dalle relazioni e una conferma del proprio essere rifiutato originario. Tanto più se si associa a non corrispondere ad una “genitorialità compensativa” e ad un immaginario di cucciolo bisognoso, caldo e dipendente dai genitori.

Il reciproco riconoscimento tra genitori e figli è un processo che se non è scontato nella genitorialità biologica; in quella adottiva appoggia sulla dolorosa ferita narcisistica dell’abbandono per il bambino e quella della capacità procreativa dei genitori. Accogliere quel bambino come figlio e accogliere quei due adulti come genitori è un processo che si rinnova quotidianamente in continua evoluzione. Solo questo rende quell’incontro una adozione reciproca: figli che adottano genitori e genitori che adottano figli.
Se tutti i fattori di rischio del fallimento adottivo sono sempre individuabili, pur mescolati in alchimie differenti a seconda delle singole storie, quello che appare evidente è la contraddizione, o meglio l’opposizione adolescenziale, tra chi vuole sovvertire il sistema familiare e chi lo vuole riportare al suo equilibrio precedente.
In questo conflitto le parti avviano una tipica escalation simmetrica che oppone a maggiori rigidità maggiori trasgressioni e viceversa.

La schismogenesi porta alla inevitabile e definitiva eliminazione dell’altro, inteso come la restituzione del figlio. Anche quando sono i genitori a chiedere il collocamento in comunità sono spesso solo gli attori materiali di una decisione che del figlio che conferma il suo essere negativo, causa dell’originario abbandono.
Questo atto sancisce il fallimento vero e proprio dell’adozione (da molte ricerche sappiamo che difficilmente il figlio rientra in famiglia dopo essere stato allontanato).  Perché per il sistema familiare è impossibile accettare il cambiamento che un figlio, ferito dall’abbandono e in adolescenza, chiede con forza e talvolta anche in maniera disfunzionale.

La rigidità del “sistema famiglia” che tende sempre all’omeostasi (come la biologia ci spiega) non riesce ad accogliere l’elemento perturbante anche perché, come la teoria sistemica ci insegna, il sintomo è solo un modo di esprimere qualcosa che non può essere detto. Qualcosa che riguarda il sé e lo stare in relazione.
Infatti la crisi dell’adolescente adottato non porta con sé solo la sua ferita dell’abbandono e  la ricerca dell’identità, ma spesso si riversa sulle fragilità dei genitori, come coppia, come singoli. Li costringe a rimettere in discussione il rapporto di coppia, il loro modello familiare, come figli e come genitori, la loro storia adolescenziale.

La crisi impone ai genitori di rimettere in discussione la loro storia personale e di coppia, compresa la scelta adottiva, facendo riemergere tutte le fragilità che spesso erano sempre state presenti.
Manca uno spazio di reale accoglienza, e l’adozione appare oggi più come l’espressione di un bisogno inascoltato piuttosto che un desiderio faticosamente e quotidianamente costruito. L’adozione come status sociale piuttosto che la genitorialità come un processo relazionale in continua evoluzione.

Le rigidità dei genitori esprime il tentativo di silenziare le domande dolorose che la crisi del figlio sta urlando loro.
La responsabilità degli operatori di fronte al fallimento adottivo non sta solo nel non aver impedito, nelle varie fasi precedenti, di arrivare ad una idoneità senza un reale processo di consapevolezza, ma nel non aver sufficientemente accompagnato la coppia, prima e dopo l’adozione, a creare lo spazio necessario all’accoglienza. Quello spazio oggi troppo occupato dalle tensioni sotterranee della coppia, dal non aver rielaborato il loro essere figli e adolescenti o il lutto dell’infertilità e da tutti i temi che di norma vengano indagati e sono oggetto dei percorsi di preparazione. Quante coppie dopo un fallimento adottivo rimangono ancora una coppia?

Potete trovare l’intero articolo:
Roberta Lombardi, La famiglia adottiva al “banco di prova” dell’adolescenza, specchio che amplifica e confonde, in Studi e ricerche, Collana della Commissione per le Adozioni Internazionale in collaborazione con l’Istituto degli Innocenti di Firenze, anno 2003